Mondo Migrante

La frontiera che separa noi da loro…

L’Europa non se ne è accorta, ma è diventata l’America dell’Africa (e di altre aree del mondo): o per lo meno, un’America più vicina e meno irraggiungibile dell’altra, che resta ancora la più ambita. Per molti, nel mondo, la nostra è una terra dei sogni. Il fatto che non ce ne accorgiamo ci dà la misura di quanto l’Europa non sia all’altezza del proprio ruolo[1].

La dimostrazione che l’Europa non sia all’altezza del proprio ruolo è data dalla politica migratoria che il nostro continente da anni ha adottando e che ha conseguenze pesanti sulla pelle stessa dei migranti. In questo senso, nell’approccio italiano alla questione dell’immigrazione è mancata quasi sempre una buona politica. Ha prevalso infatti spesso una prassi che ha persino alimentato, strumentalizzandole, le paure diffuse: la paura dell’altro, del diverso, dello straniero.

Il fine della globalizzazione doveva essere quello di abbattere in parte le differenze fra Stati e cittadini, ma in realtà quello che è accaduto è il contrario: si sono accentuati fenomeni di intolleranza e discriminazione che accompagnano i nuovi flussi migratori.

Negli ultimi anni stiamo assistendo, infatti, a massicci flussi migratori che hanno cambiato il sentimento comune e ormai le rare forme di solidarietà sono accompagnate sempre più spesso da una forte presa di distanza da quella che agli occhi di molti è considerata “la diversità”.  Tale sentimento diffuso del “diverso” è percepibile sempre più anche nella nostra quotidianità ed è proprio da questa forma di sentimento che nasce il conflitto tra noi e loro.


Il noi che rappresenta la sicurezza, la certezza, la casa comune, i valori condivisi e il loro rappresentato dall’altro, da ciò che fa paura, da coloro che portano con sé una cultura che non ci appartiene e che può essere in grado di mettere in crisi il nostro gruppo di appartenenza, la nostra identità di popolo. Appartenere ad un gruppo ci fa sentire protetti perché nel gruppo si condividono usi, consuetudini, norme che costituiscono un quadro essenziale per l’individuo. Per queste ragioni lo straniero, quando si presenta al gruppo di maggioranza, si configura come outsider[2].

L’altro viene accolto se proviene da un contesto ricco, tuttavia se si tratta di un immigrato allora questo viene considerato un individuo senza status, senza identità e relegato a un livello basso della scala sociale e dunque percepito come un’ombra che turba la tranquillità del “noi-gruppo”.  Questo accade perché tutto ciò che non ci è familiare, che viene da lontano, che non fa parte del nostro gruppo di riferimento, ci fa paura.

E allora come sconfiggere la paura della diversità?

Per sconfiggere la paura della diversità è necessario conoscerla.                                                                  Conoscerla significa venire in contatto diretto con l’altro e uscire così dal proprio gruppo di appartenenza per ridurre la distanza fra il noi e il loro.

Un primo passo per avvicinarsi all’altro potrebbe essere quello di cancellare preconcetti quali ad esempio “io non sono razzista ma…/io non ho nulla contro gli immigrati, ma…” che non fanno altro che costituire l’ipocrisia di pensieri volti a giustificare il nostro comportamento e la nostra ideologia più radicata. In realtà, tali espessioni non rappresentano le virtù di amore verso il prossimo e di uguaglianza, ma sono il riflesso di un noi che tende a tutelare l’appartenenza ad una società che cela nel nostro Io più profondo opinioni ostili e intollerati verso ciò che percepiamo distante e che non sembra appartenerci.

È necessario, dunque, cercare con tutti gli sforzi possibili di abbattere questa frontiera umana e sociale che non ci consente di accogliere l’altro fra noi perché “esiste una linea fatta di infiniti punti, infiniti nodi, infiniti attraversamenti. Ogni punto una storia, ogni nodo un pugno di esistenze, ogni attraversamento una crepa che si apre”[3].  Abbattere questa frontiera non significa dunque annullarla per poter eliminare le differenze, ma al contrario si tratta di abbassarla per cercare di riconoscere dette diversità, per poter lasciar entrare l’altro, familiarizzare con lui, comprendersi reciprocamente e permettere così che la luce possa penetrare nelle profonde crepe che, in questo difficile periodo storico che stiamo vivendo, segnano il nostro cammino.


[1] Stefano Allievi, “5 cose che tutti dovremmo sapere sull’immigrazione (e una da fare)”, 2018.

[2] Rosella Sansone, “La paura dell’altro e la diversità interetnica”, pag. 48-51.

[3] Alessandro Leogrande, “La frontiera”, 2017.

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