Storie dalla Libia: Il bambino e l’aeroplanino
La Libia, un inferno per gli adulti, è per i bambini migranti un binario morto, che li esclude dalla vita ancora prima che inizi. Anche perché non ci sono scuole ad accoglierli.
È un bambino di 5 anni come tanti, si direbbe. Vive con la mamma, il papà e un fratellino di un anno e mezzo. Però Sylvestre non vive né nel paese dove è nata la mamma né in quello del papà, è nato e vive con loro in un paese strano che si chiama Libye. Un paese dove lui e la sua famiglia non sono proprio benvenuti, dove la mamma ha paura ad uscire per andare al mercato e per questo spesso si nasconde in casa e piange. Un paese dove di notte non si può dormire perché fuori sparano, dove le persone che parlano una lingua che lui non capisce possono essere una minaccia. Finora hanno una casa, o meglio una stanza con un bagno, ma avere una casa è importante perché ti difende almeno un po’. Per esempio dalle macchine che corrono per strada con dentro dei signori che sparano.


Ma ora potrebbero perderla, chi dovrebbe proteggerli ha infatti tolto la protezione e i documenti a tutta la famiglia e questo, fra gli altri problemi, può rendere più difficile per il papà lavorare. Glieli hanno tolti perché i genitori, che vengono da due paesi che non sono più considerati “paesi pericolosi,” non hanno più diritto alla protezione, hanno detto i signori nel posto dove li hanno fatti aspettare tante ore prima di decidere “basta protezione”, senza chiedere se erano persone vulnerabili, se avevano subito violenze. Sylvestre è un bambino sorridente, gli piace disegnare e fare tante domande. Ma Sylvestre ha anche tanta paura, non solo per gli spari quasi continui, ma anche perché è già stato due volte in prigione: la prima nella pancia della mamma, a cui hanno fatto tanto, tanto male, la seconda con tutta la famiglia, quando lui aveva 4 anni e il fratellino era appena nato. Benché abbia tanta voglia di sorridere e giocare, la paura gli è rimasta dentro, sa che la mamma è sempre spaventata e il papà fa di tutto per proteggerli e, quando può e trova qualcosa da fare, per lavorare perché possano mangiare, per l’affitto, i pannolini e il latte del fratellino e per comprare a lui colori e quaderni. Papà gli dice “abbi cura della mamma e del piccolo quando vado al lavoro”. Lui dice “sì” orgoglioso di essere il più grande, ma la paura è sempre lì, anche se Sylvestre cerca di essere forte. Papà dice “un giorno ci telefonerà UNHCR per farci salire su un aereo che ci porterà in Italia”. Così lui ogni tanto chiede se hanno telefonato. “Non ancora”, risponde il papà.
Perché non ci telefonano, pensa Sylvestre? Allora decide che non importa se telefonano o no, perché lui ha già l’aereo che li porterà in Italia, lontano dalle auto da cui sparano, dalla cattiveria di certi uomini e dalla paura della mamma. Il pensiero magico di un bambino di 5 anni avrà il potere di far diventare realtà sogni e speranze?


