Mondo Migrante

Vivere nel nulla di Agadez

Vivere nel nulla di Agadez

Lo scorso mese Adam, un ragazzo sudanese che vive nel campo umanitario UNHCR di Agadez, mi ha riferito di aver bisogno di “buy the electricity”; queste erano le sue parole.  Inizialmente non capivo il significato, non capivo perché avesse bisogno di pagare per aver accesso all’elettricità all’interno di un campo UNHCR.

Mi son sempre fidata di lui, non mi ha mai chiesto niente in tutti questi mesi in cui siamo stati in contatto e quindi ho pensato di aiutarlo. Racimolate qualche decina di euro, gli inviamo i soldi che avevamo raccolto.

Adam vive in un campo profughi non semplice, in Niger, in pieno deserto e in condizioni disumane. Affronta costantemente momenti di forte depressione: è da anni che non ha più notizie della sua famiglia; il suo Sudan è in guerra; ma soprattutto sta vivendo una non vita, non ha uno scopo, le sue giornate scorrono in una monotonia disprezzante.

Spesso mi dice che non sta bene, che ha perso se stesso e che non ha senso vivere quando la propria vita sta scorrendo inutilmente. Se penso alle parole del mio amico Adam, mi vengono in mente le affermazioni di un altro profugo che vive(va) nel suo stesso centro: “Anni e mesi fermi nel niente. Non vediamo nessun futuro davanti a noi. E questa è una tortura paragonabile a quelle fisiche che ci hanno inferto in Libia. E’ terribile veder crescere i nostri figli in mezzo a questo niente”.[1]

Spesso immagino Adam fissare la parete della sua stanza che non è altro che una baracca di lamiere, adesso ci saranno più di 40 gradi.

queste sono le immagini della camera di Adam


Più penso a lui e più mi rendo conto che, anche se sono informata sulla situazione del campo di Agadez, non posso neanche immaginare cosa significhi viverci.

Chissà come passa le sue giornate? ogni tanto glielo chiedo, cerchiamo di parlare del più e del meno, cerco di dargli coraggio e speranza, ma sappiamo entrambi che accedere ad un volo di evacuazione UNHCR è sempre più difficile. Finalmente dopo mesi e mesi di attesa ha avuto la sua prima intervista con l’Agenzia ONU; questo ci ha riacceso le speranze.


Comunque, dopo qualche giorno, Adam mi scrive, ringrazia il collettivo Beyond the Blue e mi manda le foto degli oggetti che ha comprato.

una radio con pannello solare e una lampadina con cavo USB

Un sorriso mi nasce spontaneo, mi ha fatto tenerezza vedere quelle foto. Non ho chiesto niente sull’utilizzo di quegli oggetti. So già. Quella radio servirà a ricevere notizie sulla guerra in Sudan, il paese natale di Adam, la sua grande preoccupazione di questi ultimi mesi.

Poi solo dopo, ho scoperto che il campo profughi di Agadez non ha elettricità da almeno un anno e mezzo, i suoi ospiti quindi hanno un ritmo vitale dettato dalla sola luce solare; mentre per ricaricare i cellulari, unico mezzo di contatto con il mondo, utilizzano appositi pannelli solari.   

Onestamente non pensavo che il campo non avesse elettricità; tutto ciò mi ha ancor più rattristato: mi ha confermato che in questi campi “umanitari” di umano ci sia ben poco, se non le persone che vi abitano.

[1] Citazione da un articolo di Meltingpoint

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *