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La tragedia del naufragio era davvero imprevedibile?

Il tragico naufragio sulle coste italiane.

Domenica, 26 febbraio 2023, alle prime ore del giorno, davanti alle coste crotonesi, si è verificato il naufragio dell’imbarcazione con a bordo almeno 180 persone. L’imbarcazione era partita dalla Turchia e conteneva persone provenienti per lo più dall’Afghanistan, dall’Iraq, dall’Iran, dalla Siria e dal Pakistan, terre martoriate e dilaniate da “tutto il male del mondo”.

La magistratura ha aperto le indagini per accertare la responsabilità del naufragio che ha portato la morte di un numero ancora indefinito di uomini: al momento i morti accertati sono 67 di cui 16 minori e si ipotizza decine di dispersi. Donne, uomini e bambini per la sola colpa di aver osato immaginare una nuova vita al di là del mare, perdono la vita per uno strano gioco del destino, vittime nel silenzio assordante e nel consueto menefreghismo generale.     

Ma qual è stata la risposta del nostro governo davanti a questa tragedia così facilmente prevedibile? Basti pensare alle morti incalcolabili avvenute nel Mediterraneo, oramai cimitero di migliaia di corpi.

Vediamo le dichiarazioni provenienti da alcuni esponenti del governo italiano:

Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio

Da “La Repubblica” – ROMA – Davanti alle vittime del barcone sbriciolato sul bagnasciuga di Cutro, Giorgia Meloni, “profondamente addolorata”, va all’attacco “dei trafficanti di uomini”. Perché, dice la presidente del Consiglio, “è criminale mettere in mare un’imbarcazione lunga 20 metri con 200 persone a bordo e previsioni meteo avverse”. Ed è “disumano scambiare la vita di uomini, donne e bambini col prezzo del “biglietto” da loro pagato nella falsa prospettiva di un viaggio sicuro”.

Matteo Piantedosi, ministro dell’interno

“La disperazione non può mai giustificare condizioni di viaggio che mettono in pericolo la vita dei propri figli”. “Non devono partire. Quando si è in queste condizioni non bisogna partire. Non bisogna esporre donne e bambini, oltreché chiunque sia, alle condizioni di pericolo”

Per quanto riguarda i mancati soccorsi, nonostante l’avvistamento dell’imbarcazione diverse ore prima dall’aereo Frontex, il ministro afferma: “Un po’ si sono perse le tracce, c’è stata l’impossibilità materiale di effettuare ogni qual si voglia manovra di avvicinamento di soccorso, anche in considerazione delle condizioni del mare”.

Seguono altre dichiarazioni del ministro al termine dell’incontro con i rappresentanti di istituzioni e forze dell’ordine della provincia di Crotone: “[…] Dobbiamo lanciare al mondo e anche ai territori da cui partono queste persone, questo messaggio che è etico prima di tutto: non bisogna partire.”

Un giornalista chiede al ministro: “Posso farle una domanda da uomo e non da ministro? Se lei fosse disperato cercherebbe di raggiungere l’altra parte del mondo anche con queste condizioni di mare?” La risposta: “No, no, perché sono stato educato anche alla responsabilità di non chiedermi che cosa devo sempre aspettarmi dal luogo in cui vivo, ma anche quello che posso dare io al paese in cui vivo, per il riscatto dello stesso”

Matteo Salvini, Vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti

Il ministro Salvini ammonisce a non speculare sulla tragedia che si è verificata domenica e afferma di essere solidale con la guardia costiera italiana che salve vite e contrasta i trafficanti di esseri umani.


Era davvero una tragedia imprevedibile? L’attivazione tempestiva dei soccorsi avrebbe impedito il naufragio, ma soprattutto avrebbe impedito la morte di decine di uomini?

La barca naufraga nelle prime ore della domenica, a soli 100 metri dalle coste italiane, non era in mare aperto, ma era davanti alle coste crotonesi. Nonostante l’avvistamento dell’imbarcazione sia avvenuta per mezzo dell’aereo Frontex in zona SAR[1] italiana, alle 22.30 del sabato, non scattano i soccorsi. La barca viene identificata come “imbarcazione pesantemente sovraffollata (Frontex stima la presenza di circa 200 persone) … che si sta dirigendo verso le coste italiane … ma non in stato di pericolo” – così riporta il portavoce di Frontex.

Tralasciando il giudizio di assenza di pericolo dinanzi ad una imbarcazione pesantemente affollata a poche miglia dalla costa, umanamente come si è potuto permettere una tragedia di queste dimensioni?

Il governo ha accettato con consapevolezza che l’approvazione del decreto 1/2023 ( soprannominato decreto ONG) metta a rischio vite umane: ostacolare l’operato delle ONG, criminalizzarle sanzionandole nel caso di violazioni al decreto, comporta una responsabilità almeno sul piano morale della morte di esseri umani. La tragedia di Crotone era prevedibile, non è stato un evento unico nel suo genere, ma un fenomeno preannunciato dalla mancanza di soccorsi in mare sia a livello istituzionale che a livello civile, poiché è stato vietato alle ONG l’attivazione dei soccorsi a causa del decreto precedentemente citato.

La presenza delle ONG molto probabilmente avrebbe cambiato le sorti di queste persone, sarebbero state salvate, non avrebbero aspettato che l’imbarcazione arrivasse a 100 metri dalla costa in stato di serio pericolo.

Inoltre, da “La Stampa” — In merito alle polemiche sull’invio dei primi soccorsi, il comandante della Capitaneria, Vittorio Aloi, dice che “le motovedette avrebbero potuto navigare anche con mare forza 8” e che “quel giorno c’era mare forza quattro, non sei o sette”. Con queste parole l’ufficiale lascia intendere che l’invio di mezzi di soccorso al barcone che si trovava a 40 miglia dalla costa crotonese sarebbe stato possibile anche con quelle condizioni meteo marine. L’ufficiale – che si dice “molto provato umanamente e anche molto amareggiato” – ha poi confermato la circostanza, riportata in una nota ufficiale della Capitaneria di Porto italiana, secondo cui la prima segnalazione di allarme per la barca di migranti è giunta alla Guardia costiera alle 4,30 del mattino di domenica scorsa, a naufragio già avvenuto–                        

Il soccorso in mare è un obbligo che dovrebbe far capo a ciascun paese contraente[2]; per cui dovremmo aspettarci un maggiore impegno sia a livello nazionale sia a livello europeo nella gestione dei soccorsi in mare e delle migrazioni, rendendo legale l’accesso in Europa per chi scappa da una realtà non degna per nessuna vita umana.                                                                                                                                                                           

 “Aiutarli a casa loro” non servirà a niente soprattutto quando una casa non c’è più, quando sopraggiungono la guerra, le faide tribali, la fame, la violenza, gli stupri e la tortura. Quando piuttosto che continuare a vivere nel proprio paese, disperati, si affronta il mare mettendo a repentaglio la propria vita e la vita dei propri cari, per avere la possibilità di una nuova esistenza; per ribellarsi ad una vita che non è vita.                                              

Bloccare le partenze non servirà a salvare vite, anzi tutto il contrario, ci saranno ancora più morti. 

Se davvero vogliamo salvare vite, dovremmo comportarci diversamente, dovremmo regolarizzare i flussi, regolamentare gli accessi legali di chi scappa da una vita ingiusta e crudele.                                                             

Chi prende il mare, non è irresponsabile, non mette in pericolo la vita dei propri figli perché incosciente, ma perché consapevole che non c’è alcuna altra possibilità se non scappare. Se la propria casa è inospitale e ostile alla vita umana, la soluzione sarà sicuramente altrove; è un pensiero che avremmo tutti quanti noi.  Non ha niente a che fare con la responsabilità o l’educazione professata dal ministro Piantedosi.

“Anziché una criminalizzazione dell’operato delle navi umanitarie, a tutela delle persone e della legalità servirebbero una riforma del sistema di accesso e accoglienza, vie legali di accesso e un investimento reale nella cooperazione internazionale”. – Emergency

Il governo addossa la responsabilità delle morti in mare ai soli trafficanti, ma la vera causa risiede nella realtà tragica in cui i migranti sono costretti a vivere quotidianamente e da cui vorrebbero fuggire. Il blocco delle partenze, tanto agognato dall’attuale governo, realizzabile anche, ad esempio, attraverso il finanziamento della guardia costiera libica condannerebbe persone innocenti all’intensificazione di torture e violenze; pensate infatti alle prigioni e ai lager libici. Finanziare tale autorità libica non è servito e non servirà a nulla se non ad incrementare il suo potere e la sua capacità di sopraffazione.


Detto ciò, noi cosa possiamo fare? Possiamo sensibilizzarci come singoli individui in quanto parte della collettività. 

Forse, da domenica le coscienze si sono risvegliate; forse possiamo ancora dare voce a questi uomini che disperati prendono il mare per garantirsi un nuovo futuro lontano dalla miseria, dalle guerre e dai soprusi di cui sono vittime. Forse possiamo ancora agire prima che tutto venga nuovamente travolto dalle onde di omertà.  


[1] ZONA SAR1 (search and rescue zone). Ogni paese stabilisce la propria zona di ricerca e soccorso nella cui area di competenza è tenuto a prestare soccorso. [dal sito: ius in itinere]

[2] Della Convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo, siglata ad Amburgo, il 27 aprile 1979

                                                           

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